martedì 15 novembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
domenica 13 novembre 2011
chi è disonesto?
Ripensando alle mie esperienze in qualità di volontaria guardo all'opera di umanità e all'operazione di umanesimo culturale messo in atto da una donna coraggiosa che è stata direttrice di un carcere molto più a misura d'uomo di tutti gli altri che ho avuto la ventura di visitare e che ora ha scelto di dedicarsi ad altro. La sua applicazione onesta dell'ordinamento penitenziario ha aiutato tante persone a corregggersi e a non ricascare nella lusinga del soldo facile e del delinquere. Le statistiche sulle recidive parlano abbastanza chiaro. Eppure invece di guardare a quell'esperienza con fiducia, per ispirarsi ad un modello virtuoso, gli operatori di altre carceri si irritano astiosamente solo a ricordarne il nome. Come si fa a pensare di gestire una casa circondariale se non si presenzia?
Nelle carceri ci sono i disonesti, ma che onestà è disapplicare la legge e la Costituzione? Nelle carceri è costante la violazione dei principi basilari del rispetto della dignità umana. Non perchè i detenuti vengano picchiati, per fortuna non mi è mai capitato di accorgermi di atti del genere... Ma le forme di violenza e di sopruso possono essere moltissime e molto sottili. Di sicuro c'è un problema di risorse, ma questo problema sembra essere un alibi che fa comodo a molti operatori penitenziari. Credo di non aver mai incontrato tanti mestieranti concentrati in una sola realtà, come nei penitenziari. E la mancanza di uno sguardo umano e dell'adeguata preparazione che non può ridursi a pura procedura è concausa di tanta della rabbia e del vittimismo che le persone dietro alle sbarre covano e che una volta esaurita la pena si trasforma in pericolosità sociale.
venerdì 11 novembre 2011
come abbiamo fatto a trasformare la morte in un fatto individuale?
Giuridicizzare la morte mette a proprio agio? Spettatrice di una vivace tavola rotonda su temi bioetici ad una tavola rotonda sono affiorati in me interrogativi, ricordi, pensieri. L'esperienza va interrogata e ripercorsa. Da giurista mi pare di poter dire che il diritto comincia dove finisce l'amore. I temi forti della bioetica sono vita e morte, niente di più indissolubilmente legato all'amore. Nasciamo alla vita come dono d'amore e ci congediamo nell'affetto dei nostri cari. Prima di tornare polvere, di ridurci a nulla siamo quasi nulla e in quel quasi a pensarci bene c'è il tutto. Un tutto non quantitativo. Un tutto che è un'essenza. Un irriducile.
Mi colpisce al cuore sentire parlare in termini di vita che deve essere degna di essere vissuta. Il mito della bellezza, dell'autosufficienza, dell'efficienza avrebbe potuto portare qualcuno a vedere in mio padre, in mia nonna persone in uno stato di diminutio. A me hanno aperto una prospettiva sul mondo. Prendersi cura non è una dissipazione di energie, è una dimensione dell'anima. Il dolore fa toccare velocemente il limite, ma lo scandalo del limite porta ad essere veri. Porta ad essere umani... e il vero...umano... è abitato dal limite. Il contrario dell'esperienza della felicità non è il limite, lo è l'insignificanza. Siglare in anticipo e a freddo contratti sulla propria morte senza incontrarla temo sdogani un linguaggio idoneo a orientare una mentalità e costumi, a formare un io sociale, una coscienza collettiva che va a premere sull'io individuale. Il testamento biologico è manifestazione di una irrelazione che reca in sè un carico di tragicità enorme...è una blindatura in una gabbia monadica..mentre la morte come la vita è sempre stato un fatto relazionale...denso d'amore.
giovedì 10 novembre 2011
la scatechista derangèe tra testo pretesto e contesto
In carcere stasera c’è stato un maldestro tentativo di intimidazione nei miei confronti. La gestione dietro queste sbarre è inquietante perché viene disatteso l’ordinamento penitenziario, tutto quello che accade è discrezionale e giustificato nel nome della sicurezza. Nessun piano trattamentale, tutti chiusi dentro le celle, unica compagnia la tv. Risparmio i dettagli di come s'è tentato mettermi, senza esito, a disagio e vado al succo.
Due agenti si sono alternati al gruppo sprigionarsi: evento insolito e non casuale. Pare che io non catechizzi abbastanza visto che alla messa della domenica si presentano in nove su una cinquantina di detenuti. Nel mio gruppo siamo in 17. Non sono una catechista in effetti, non aspiro ad esserlo, sono stata trattata, magari non in famiglia ( ma non è così rilevante) con comprensione e indulgenza e questo credo sia un imprinting fondamentale che mi aiuta a cercare un metodo di lavoro che replichi questa postura con gli altri.
Non seguo uno schema precostituito agli incontri. Sebbene da una quindicina d’anni studio esegesi della Parola non parto dall'interpretazione dei Testi. Qualche volta leggiamo un paio di righe del Vangelo, oppure qualche documento della dottrina sociale della chiesa, magari anche il pensiero profetico di qualche teologo, ma è raro. E' impellente, in alcuni, l'esigenza di esprimersi in prima persona, di raccontare qualcosa di suo.
Cerco di ascoltare e poi di pescare dalla sensibilità che emerge lo spunto per tessere il fil rouge che aiuti a rileggere la trama dei propri vissuti con uno sguardo rinnovato, se possibile più fiducioso. Al gruppo un paio d'anni fa percepivo la tendenza di parecchi ad apparire il più possibile bravi ragazzi e così chi pigliava la parola invece di dialogare pontificava e individuava ricette per sanare gli altri. Era chiaro che in questo modo tutti perdevamo tempo: non c'era un mettersi in gioco ma un travestimento. Smascherare con qualche trucco d'effetto non sarebbe stata una mossa efficace da parte mia.
Ho aspettato di vedere se eravamo in grado tutti insieme di far maturare una coscienza che ci facesse desiderare di confrontarci su un piano più profondo. A poco a poco ci stiamo arrivando, a poco a poco affiora il re-ligamen che tiene legato ciascuno di noi alla Vita. Un’ora scorre via in un lampo, certe volte riusciamo insieme a ricontestualizzare alla luce del Vangelo alcune nostre esperienze ma tante volte non accade e rimandiamo ulteriori approfondimenti al giovedi successivo.
In questa fase è evidente che il "senso religioso" sta nel porsi delle domande, cosa non così scontata in carcere visto che fare introspezione accresce la sofferenza e la tentazione di far di tutto fuorchè pensare. Sta nel riconoscere l'io e la sua portata umana e quanto umano è il Tu. In effetti prima il gruppo era fatto di monadi, ora ci si incontra tra persone che quando occorre sanno darsi una mano. La guardia, (deformazione professionale ?) mi ha sottoposto a braccia conserte ad un interrogatorio di tono un po' inquisitore, che parava a contestare l'abuso della parola "catechismo" per un gruppo dove non si evangelizza predicando. E' il cappellano che ha scelto di introdurmi in carcere con questo pretesto. In me la corda del predicatore non risuona per nulla...Se non parto dall'ascolto è come se mancasse il testo: in me assai spesso non affiora pensiero… dopo aver incassato la filippica sugli esiti fallimentari del gruppo un detenuto ha voluto concludere l’incontro dicendo che è un passo avanti il fatto che i detenuti non frequentino la cappella nella speranza di una contropartita visto che il nostro lavoro insieme vorrebbe tendere a cercare di liberarsi dalle tentazioni manipolatorie… E questo è il nostro contesto.
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