giovedì 10 novembre 2011
la scatechista derangèe tra testo pretesto e contesto
In carcere stasera c’è stato un maldestro tentativo di intimidazione nei miei confronti. La gestione dietro queste sbarre è inquietante perché viene disatteso l’ordinamento penitenziario, tutto quello che accade è discrezionale e giustificato nel nome della sicurezza. Nessun piano trattamentale, tutti chiusi dentro le celle, unica compagnia la tv. Risparmio i dettagli di come s'è tentato mettermi, senza esito, a disagio e vado al succo.
Due agenti si sono alternati al gruppo sprigionarsi: evento insolito e non casuale. Pare che io non catechizzi abbastanza visto che alla messa della domenica si presentano in nove su una cinquantina di detenuti. Nel mio gruppo siamo in 17. Non sono una catechista in effetti, non aspiro ad esserlo, sono stata trattata, magari non in famiglia ( ma non è così rilevante) con comprensione e indulgenza e questo credo sia un imprinting fondamentale che mi aiuta a cercare un metodo di lavoro che replichi questa postura con gli altri.
Non seguo uno schema precostituito agli incontri. Sebbene da una quindicina d’anni studio esegesi della Parola non parto dall'interpretazione dei Testi. Qualche volta leggiamo un paio di righe del Vangelo, oppure qualche documento della dottrina sociale della chiesa, magari anche il pensiero profetico di qualche teologo, ma è raro. E' impellente, in alcuni, l'esigenza di esprimersi in prima persona, di raccontare qualcosa di suo.
Cerco di ascoltare e poi di pescare dalla sensibilità che emerge lo spunto per tessere il fil rouge che aiuti a rileggere la trama dei propri vissuti con uno sguardo rinnovato, se possibile più fiducioso. Al gruppo un paio d'anni fa percepivo la tendenza di parecchi ad apparire il più possibile bravi ragazzi e così chi pigliava la parola invece di dialogare pontificava e individuava ricette per sanare gli altri. Era chiaro che in questo modo tutti perdevamo tempo: non c'era un mettersi in gioco ma un travestimento. Smascherare con qualche trucco d'effetto non sarebbe stata una mossa efficace da parte mia.
Ho aspettato di vedere se eravamo in grado tutti insieme di far maturare una coscienza che ci facesse desiderare di confrontarci su un piano più profondo. A poco a poco ci stiamo arrivando, a poco a poco affiora il re-ligamen che tiene legato ciascuno di noi alla Vita. Un’ora scorre via in un lampo, certe volte riusciamo insieme a ricontestualizzare alla luce del Vangelo alcune nostre esperienze ma tante volte non accade e rimandiamo ulteriori approfondimenti al giovedi successivo.
In questa fase è evidente che il "senso religioso" sta nel porsi delle domande, cosa non così scontata in carcere visto che fare introspezione accresce la sofferenza e la tentazione di far di tutto fuorchè pensare. Sta nel riconoscere l'io e la sua portata umana e quanto umano è il Tu. In effetti prima il gruppo era fatto di monadi, ora ci si incontra tra persone che quando occorre sanno darsi una mano. La guardia, (deformazione professionale ?) mi ha sottoposto a braccia conserte ad un interrogatorio di tono un po' inquisitore, che parava a contestare l'abuso della parola "catechismo" per un gruppo dove non si evangelizza predicando. E' il cappellano che ha scelto di introdurmi in carcere con questo pretesto. In me la corda del predicatore non risuona per nulla...Se non parto dall'ascolto è come se mancasse il testo: in me assai spesso non affiora pensiero… dopo aver incassato la filippica sugli esiti fallimentari del gruppo un detenuto ha voluto concludere l’incontro dicendo che è un passo avanti il fatto che i detenuti non frequentino la cappella nella speranza di una contropartita visto che il nostro lavoro insieme vorrebbe tendere a cercare di liberarsi dalle tentazioni manipolatorie… E questo è il nostro contesto.
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