giovedì 26 luglio 2012

ACCUSARE IL COLPO

Il giorno della semirissa in carcere non è stato l'unico. In questi otto anni di servizio sono stata testimone di momenti di sconvolgente tensione. Ammortizzata sempre con respiri lunghi e grande pace interiore in grado di contagiare i miei compagni di "cella". Ho fatto, questa volta, invece, una fatica tremendissima a sciogliere il nodo in gola che mi è preso e ricucire sui fragili fili del dialogo che stiamo cercando di tessere...è stato complicato e precario... In genere io non cedo alle preoccupazioni...ma lì per lì, la sola idea che due dei tre coinvolti potessero giocarsi gli arresti domiciliari e ancora di più sotterrarsi nel nulla di questa tomba di sbarre mi ha provocato un malessere fisico e mentale atroce... Grazie al Cielo non c'erano guardie carcerarie a tiro... Per dividerli ho preso gomitate e qualche cazzotto ma era tale l'adrenalina che ho accusato il colpo solo di notte... Parte del mio lavoro è portare uno stato di leggerezza, di smuovere quel tempo fangoso che sa di palude e "mal'aria" che contraddistingue i luogho chiusi che putrefanno la libertà... Magari si parla di cose serie, ogni tanto c'è chi chiede che per un tot di incontri si lavori su quella che per i criminologi si chiama revisione critica del crimine... oppure si cerca di ronzare intorno a Dio dal momento che io entro ufficiosamente per fare catechismo, senza avere nè preparazione per farlo nè la faccia tosta visto che manco come non mai, e da sempre, di certezze. Quando mi si chiede se sono una credente ho sempre un sussulto di disagio per il mio stato di carenza... Non riesco a dire di credere. Spero, piuttosto. Spero tanto che Cristo sia il nostro possibile, in vita intendo... che la sua storia di innamorato del mondo e dei suoi margini possa essere la storia di ciascuno di noi e comunque la mia. Alla Resurrezione non accedo... è un Mistero troppo smisurato e ai funerali le prediche che sento mi irritano fin nel profondo. Quello che faccio nel mio piccolo è cercare di morire a me stessa, di far morire di me tutte quelle parti inutili, tutto quello che mi allontana dal mio essere essenziale...per sublimare...io sono una sperante e una sublimatrice...cerco, talvolta disperatamente, la mia nudità. Ma non è facile disarmarsi...non è facile per niente levarsi la corazza... Il gr° dei miei detenuti che fa parte del cammino "sprigionarsi" chiama il ns spazio comune, non a caso, scatechismo... Non diamo mai nulla per scontato, è inammissibile il dogma e il metodo di confronto è maieutico... Alla fine usciamo sempre con un fardello di domande e quasi mai nessuna risposta. Quel giorno non vedevo l'ora di uscire perchè ho rischiato di mettermi a piangere. Anzi mi sono liquefatta appena alle mie spalle si è chiusa l'ultima porta blindata coi vetri antiproiettile, non riuscivo ad arrestare le lacrime, non trovavo le chiavi dell'auto per rifugiarmi in un posto sicuro dagli sguardi indiscreti. Purtroppo, in quel mentre, è arrivato l' anzianissimo cappellano del carcere a cui faccio da tappabuchi quando proprio non ce la fa... che mi vuole un bene immenso...Mi ha accarezzato il viso...rigato di lacrime mentre tenevo tenacemente chiusi gli occhi, serravo le labbra e mi reprimevo in apnea... "Non mettere il cuore sottochiave per non farlo volare via"...mi ha detto la sera dopo venendo a cena da noi. Arrivato non c'era nessun noi, figli in giro chi per il mondo chi per sport, marito come al solito al suo amato lavoro, io e lui soli, come vecchi amici, o come con un mio nonno un po' speciale...

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