mi sembra che sul sentiero della narrazione autobiografica i miei ragazzi mi seguano. Anzi si fanno seguire, visto che io taccio, e chiudo la fila mettendomi in ascolto. Mettono a disposizione, via via in modo più spontaneo i loro pensieri, attingendo ad un repertorio di modi di essere di sé nel tempo e nello spazio e ridisegnando gradualmente il proprio senso del loro posto nel mondo.Mi interessa che lavorino nella direzione di una costruzione e ri-costruzione sempre più sincera dei frammenti delle loro storie personali che si sentono di condividere con i presenti. L'attaccamento al vittimismo a volte si mostra con tutto il suo peso. Per indurre una riflessione circa il fatto che è in mano di ciascuno di noi la possibilità di non indugiare nelle nostre debolezze, mi è venuta in mente una storiella dei Cherokee a cui la mia anima di antropologa attinge quando a marcare male sono io.
Un anziano nonno indiano disse a suo nipote, giunto da lui arrabbiato con un amico, poiché questi gli aveva fatto un torto:
“Permettimi di raccontarti una storia. Anch'io, a volte, ho provato un forte odio per coloro che prendono così tanto, senza preoccuparsi per ciò che fanno. Ma l’odio contamina te e non nuoce al tuo nemico. È come avvelenarsi e desiderare che il tuo nemico muoia. Ho lottato molte volte contro questi sentimenti".
Il nonno prosegue nel racconto:
"È come se dentro di me ci fossero due lupi; uno è buono, e non fa male a nessuno. Vive in armonia con tutto ciò che c’è intorno a lui e non si offende, quando gli si rivolge un’offesa. Egli combatterà soltanto quando sarà giusto farlo, e nel modo giusto. Risparmia tutte le sue energie per la giusta lotta.
Ma l’altro lupo…
È zuppo d’odio. Anche le minuzie lo fanno imbestialire. Combatte contro chiunque, ogni momento, per nessun motivo. Non riesce a pensare, perché la sua collera e il suo odio sono smisurati. La sua è una rabbia disperata, perché non è in grado di cambiare nulla. A volte è difficile vivere con questi due lupi dentro di me, perché entrambi cercano di dominare il mio spirito”.
Il ragazzo guardò intensamente negli occhi suo nonno, e chiese: “Quale dei due vince, nonno?”.
Il nonno sorrise, e disse: “Quello a cui dò da mangiare”.
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